TUTTO IL PUBBLICO POSSIBILE


“Ora ci siamo dentro, la protagonista è la peste, e possiamo solo stare in ascolto del nostro presente.” Lo afferma Marco Martinelli in un’intervista dell’undici maggio 2020 su birdmenmagazine, riferendosi a un presente che trova(va) sintesi nell’espressione: I tempi del Coronavirus, divenuta etichetta per la nostra quotidianità e aggravante degenerativa di una condizione normale per il teatro – e non solo – che riversa(va) in uno stato d’emergenza molto prima dell’evento covid 19 e tutte le sue conseguenze.

In questi giorni più che mai si sente dire che le arti e lo spettacolo soffrono, a monte dell’emergenza, di un insufficiente interesse istituzionale e riconoscimento economico, di una mancanza strutturale di finanziamenti, dello scarso sostegno a realtà private, maestranze, professionalità che sono gettate in un limbo di precarietà e incertezza profondamente preoccupante. Ad oggi, con l’apertura dei teatri ufficialmente sancita ma difficile da sostenere ed effettivamente impossibile per molte realtà, il futuro rimane buio, eppure c’è nell’aria un palpito costante e rinnovato, perché chi ha tenuto acceso il fuoco del teatro ha ancora più chiare le proprie idee, il proprio ruolo nella società, i propri diritti. Basta ascoltare le parole della maggior parte di artisti, esperti, appassionati del settore per percepire chiaramente la necessità di una rivoluzione; chiunque sta urlando a gran voce l’esigenza di un massiccio ripensamento dell’intero sistema lavorativo – non solo del teatro – che contempli fondi, tutele ed incentivi, che faccia godere ogni mestiere di pieni diritti mantenendo i propri doveri. Il teatro, la danza, la performance e le forme contaminate sottolineano la loro relegazione a interesse di una nicchia ristretta, composta principalmente da addetti ai lavori, perché esiste anche e soprattutto un non pubblico, ovvero chi il teatro non lo frequentava prima e non lo farà ora, semplicemente perché non lo conosce o preferisce altre forme d’intrattenimento. Chiaramente rimane impossibile attrarre pubblico e costruire una promozione teatrale adeguata quando non ci sono sovvenzioni per farlo e le difficoltà di budget limitano il processo creativo stesso, quando si tratta di cercare di offrire qualcosa per cui non si avrà domanda, quando si pensa all’arte come a un prodotto commerciale. E per ultimo ma non per importanza, quando arrivano I tempi del Coronavirus.

Forse è il momento per il teatro di dimostrare di non essere fatto solo di tradizionalismi posticci o proposte individualiste e bizzarre – un immaginario purtroppo condiviso da molti, a volte a ragione. – Il lockdown ha costretto praticamente chiunque a confrontarsi con il mondo di internet, dei social, dello streaming e della comunicazione in remoto, permettendo al teatro di assorbire molte ‘pratiche’ che forse prima guardava con maggiore distanza, con esiti talvolta discutibili ma sfruttandone il potenziale divulgativo e tenendo sempre presente che rimane un fatto umano, di connessioni, di circolazione delle storie e delle utopie.

La ricerca artistica ha appurato di non voler vendere contentini e false illusioni ma innescare processi a lungo termine diffondendosi nel tempo e nello spazio. La noia, la solitudine – e il dolore e la preoccupazione -con cui tutti abbiamo convissuto ultimamente, sono contenitori d’impulsi, spazi che accolgono l’immaginazione e non luoghi oscuri in cui ci si augura di non mettere mai piede, ed il loro tempo fa parte del processo di creazione. Come suggeriva Marco Martinelli si deve stare in ascolto durante la peste perché lei è la protagonista; ma anche quando saremo di nuovo noi, i protagonisti a tutti gli effetti, possiamo considerare questo stato d’emergenza come un periodo di maggese. Certo, imposto e doloroso per molti aspetti ma stimolante per altri, perché ci ha insegnato che per ricominciare in seguito a una serie di durissimi colpi è necessario lasciar sedimentare, elaborare i processi e solo dopo essere stati ‘a riposo’ ripartire considerando le proprio ferite e le proprie responsabilità. 

Ogni arte ha i suoi linguaggi e il teatro deve tenere ben presente i propri.

Non può essere semplicemente fatto e guardato, il teatro va vissuto come esperienza che non può prescindere dal rapporto tra gli esseri umani e dalla loro prossimità. Perché è un gioco primitivo, condivisione di ritualità, espressione del singolo, o del gruppo, che passa alla comunicazione per l’intera collettività. Una comunicazione che abiti gli spazi teatrali, che li performi, che restituisca loro vita pulsante. 

E se un virus ha interrotto tale vita? 

Bisogna essere forti, resilienti, compiere uno sforzo ancora maggiore rispetto a quello che si faceva nella normalità. Il teatro c’è abituato. Un primo passo lo sta già facendo chiunque lo considera, per dirla con Barba, una menzogna vitale, e che continua a porsi anche incosciamente le stesse domande del Manifesto del Terzo Teatro del 1976, così lontane eppure così vicine: 

Perché proprio il teatro come mezzo di cambiamento, quando siamo coscienti che sono ben altri i fattori che decidono della realtà in cui viviamo? Si tratta di una forma di accecamento? Di una menzogna vitale?

Sì, probabilmente si tratta di questo.

É necessario continuare a vivere, a respirare per tale menzogna, ma per farlo è necessario lavorare in condizioni chiare e tutelate. É necessario continuare a far innamorare il pubblico – l’affezionato ma anche il più impensato, il più emarginato – delle proposte, ed è indispensabile che tali proposte rendano il teatro d’importanza vitale non solo per chi vorrebbe viverne o ne vive – a stenti – ma per tutto il pubblico possibile.  

*Nell’immagine in evidenza: Sanificazione al teatro San Carlo di Napoli.

©Ansa


Questo testo è ispirato al titolo dell‘articolo di Davide Carnevali del 14 aprile 2020—> http://www.fandangolibri.it/2020/04/14/lemergenza-del-teatro-ai-tempi-del-coronavirus-davide-carnevali/


Leggi questo testo! –> Una delle due deve essere vera per forza: o non lavoravate o vi facevate sfruttare


Leggi questo testo! —> Kit di pronta emergenza da portare con sé in caso di improvvisa ripartenza del sistema arte e spettacolo in era post-pandemica

Un pensiero riguardo “TUTTO IL PUBBLICO POSSIBILE

  1. Molto interessante questo tuo testo e relativo argomento. Io spero che qualcun altro abbia la bontà di leggerlo tutto, perché anche se magari il teatro non interessa tutti, qualsiasi modo di vedere il futuro e riprenderselo, è ben voluto.
    P. S. Tu hai affinità con il teatro?

    "Mi piace"

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